Schema storico della questione della lingua in Italia

Materiali di un corso di Storia della lingua italiana, tenuto nel II semestre dell'a.a. 2010/11 presso l'Université Michel de Montaigne, Bordeaux

Trecento

Dante Alighieri, De vulgari eloquentia (1303-04)

Trattato in latino incompiuto, misconosciuto fino al Cinquecento. Tradotto in italiano (e diffuso) da Gian Giorgio Trissino nel 1529. Ricerca di un "volgare illustre" per la lingua poetica. Dante individua 14 dialetti (7 a destra e 7 a sinistra degli Appennini), alcuni dei quali sono vivamente criticati (come il friulano, il milanese o il romanesco e lo stesso fiorentino di poeti come Bonagiunta e Guittone, rimasti troppo "municipali"), altri giudicati più positivamente (come il siciliano dei poeti federiciani e il bolognese del Guinizelli, che sono riusciti ad allontanare, con scelte linguistiche raffinate, la lingua poetica dal parlato dialettale). Nessuno dei 14 dialetti è tuttavia ritenuto degno di incarnare il volgare illustre, cardinale, aulico e curiale ricercato, che può essere elaborato solo nell'ambito di un "corte ideale" nella quale si uniscano idealmente tutti i letterati italiani, portando i contributi migliori dal loro singolo dialetto.

Quattrocento

Leon Battista Alberti, Proemio al Libro III del dialogo Della famiglia (1437)

Rivalutazione del volgare dopo la sua svalutazione da parte dell'Umanesimo latino tre-quattrocentesco. Si basa sul fiorentino colto dell'epoca. Alberti organizza una gara di poesia volgare, il Certame coronario (1441).

Epistola che accompagna la Silloge Aragonese, raccolta di poesia toscana inviata da Lorenzo de Medici a Federico d'Aragona, erede al trono di Napoli (1477)

L'Epistola è attribuita a Poliziano. Nell'ambito del circolo letterario che si sviluppa attorno a Lorenzo de' Medici avviene una rivalutazione del volgare, fondata soprattutto sull'esaltazione della grande tradizione letteraria fiorentina. In questi decenni il toscano letterario si afferma prepotentemente fuori dalla Toscana, come testimonia la revisione linguistica che Jacopo Sannazzaro, operante presso la corte aragonese fece della sua Arcadia nel passaggio dalla prima (1484-86) alla seconda redazione (1500 ca.) dell'opera.

Cinquecento

Pietro Bembo, Prose della volgar lingua (1525)

Viene fissato il primato dei grandi scrittori fiorentini trecenteschi (le "tre corone": Dante, Petrarca e Boccaccio). Sono proposti i modelli del Petrarca per la lingua poetica e del Boccaccio per la prosa. Dante è svalutato per il suo forte pluristilismo.

Giangiorgio Trissino, Il Castellano (1529) e Baldassar Castiglione, Il Cortegiano (1528)

Ripresa parziale della proposta dantesca. Ricerca di una lingua per l'uomo di corte del tempo, lontana dal fiorentinismo letterario del Bembo. Proposta di una lingua mista, mélange delle lingue parlate nelle corti italiane del tempo.

Niccolò Machiavelli, Discorso della nostra lingua (1524?); Pier Francesco Giambullari, De la lingua che si parla et scrive a Firenze (ca. 1552)

Posizione "fiorentinista": si afferma la supremazia della lingua fiorentina dell'uso vivo delle persone colte del tempo contro la proposta arcaizzante del Bembo.

Benedetto Varchi, curatore dell'edizione fiorentina delle Prose della volgar lingua del Bembo (1549) e autore del dialogo L'Hercolano (elaborato tra 1560 e 1565 e pubblicato postumo nel 1570)

Fa da mediatore tra le posizioni "fiorentiniste" dei precedenti e quelle bembiane. Favorisce la ricezione della proposta bembiana a Firenze, dove nel 1582 viene fondata l'Accademia della Crusca.

Seicento

Vocabolario della Crusca: I edizione 1612, II edizione 1623, III edizione 1691

Ispirato nella sua prima edizione soprattutto dall'attività letteraria e filologica di Leonardo Salviati. Spoglio degli autori da citare nel Vocabolario effettuato da un gruppo che lavorò tra 1591 e 1595, seguendo le indicazioni del Salviati. Vi trionfa il modello del fiorentino letterario trecentesco indicato dal Bembo; tra gli scrittori del Cinquecento sono citati esclusivamente coloro che hanno seguito tale modello (Ariosto, Bembo, Della Casa etc.; il Tasso è escluso ed accettato solo nella III edizione).

Settecento

Vocabolario della Crusca, IV edizione

Esce la IV edizione del Vocabolario della Crusca (1729-1738)

Violente reazioni illuministiche all'autorità dalla Crusca

In particolare da parte degli intellettuali gravitanti attorno al "Caffè" (1764-66), giornale su cui scrivono i fratelli Pietro e Alessandro Verri e Cesare Beccaria, e da parte di Giuseppe Baretti (Discours sur Shakespeare et sur monsieur de Voltaire, 1777). Nuovi modelli linguistici sono i pensatori inglesi e francesi. Necessità di una lingua meno "pesante" che si presti meglio alla comunicazione delle idee. Apertura illimitata (soprattutto da parte degli intellettuali del Caffè) "forestierismi".

Melchiorre Cesarotti, Saggio sopra la lingua italiana (1785) poi Saggio sulla filosofia delle lingue applicato alla lingua italiana (1800)

Posizione leggermente più moderata delle precedenti, ma si sottolinea comunque il principio della necessaria evoluzione della lingua, per cui si apre all'uso dei forestierismi, in particolare dei francesismi, legittimato dalla supremazia culturale francese dell'epoca.

Ottocento

Antonio Cesari, Dissertazione sopra lo stato presente della lingua italiana (1809)

La sua posizione è definita "purismo": modello della lingua toscana del Trecento, con particolare attenzione al linguaggio "semplice" della pietà popolare. Il Cesari cura la ristampa veronese della IV edizione del Vocabolario della Crusca, corredata da numerose Giunte (pubblicata tra 1806 e 1811 e detta la Crusca veronese).

Vincenzo Monti, Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca (1817-26)

Feroce opposizione "classicista" al "purismo". Rifiuto del modello toscano arcaizzante e proposta di una lingua comune "mondata degli arcaismi e de' vani fronzoli, arricchita e pronta a sempre più arricchirsi dei termini scientifici e delle buone novità messe innanzi da scrittori anche non toscani, docile strumento al pensiero vivo ed operoso".

Alessandro Manzoni, revisione linguistica dei Promessi Sposi (Ia ediz. 1827; IIa ediz. 1840); relazione Dell'Unità della lingua (1868)

Modello della lingua parlata dai fiorentini colti del tempo. Nella sua relazione del 1868, sollecitata dal ministro dell'Istruzione Emilio Broglio, Manzoni propone l'impiego massiccio di maestri toscani nelle scuole, viaggi in Toscana per gli studenti e la redazione di un vocabolario della lingua fiorentina del tempo. Questo vocabolario è redatto e pubblicato tra 1870 e 1897 col titolo di Novo vocabolario della lingua italiana secondo l'uso di Firenze, a cura di Giovan Battista Giorgini (genero di Manzoni) ed Emilio Broglio. Vocabolario che non ha tuttavia grande successo.

Graziadio Isaia Ascoli, Proemio (1872) all'«Archivio Glottologico Italiano»

Vivace critica alla proposta manzoniana, che pretende di imporre dall'alto l'unità linguistica. La questione della lingua è legata ai problemi sociali: si sottolinea in particolare l'importanza della lotta contro l'analfabetismo.

Novecento

Vari fattori socio-economici favoriscono l'unificazione linguistica e comportano l'arretramento progressivo delle parlate dialettali: la scuola; le migrazioni interne (dal Sud verso il Nord) e verso l'estero; l'amministrazione; il servizio militare obbligatorio; i mass media (in particolare, nella seconda metà del secolo, la televisione).

et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]

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