Pico della Mirandola, Giovanni

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Giovanni Pico della Mirandola (Mirandola, 24 febbraio 1463 – Firenze, 17 novembre 1494) è stato un umanista e filosofo.

Le opere più importanti di Pico della Mirandola sono le Conclusioni filosofiche, cabalistiche e teologiche (Conclusiones philosophicae, cabalisticae et theologicae, 1486), con la quale cerca di promuovere un riavvicinamento tra la Chiesa cattolica, la religione ebraica e quella islamica (le tre grandi religioni monoteiste rivelate) e La dignità dell'uomo (De dignitate hominis, 1487). La sua leggendaria capacità mnemonica gli permise di studiare le lingue ebraiche, l'arabo e il caldaico (lingue dell'antica Mesopotamia), oltre che il latino e il greco.
Il suo desiderio di rinconciliare le tre grandi religioni non andò a buon fine perchè alcune delle sue Conclusioni filosofiche vennero sospettate di eresia dalla Chiesa. Pico fu anche imprigionato per eresia e ottenne il perdono del papa (Alessandro VI Borgia) solo grazie all'intervento di Lorenzo il Magnifico.

L'uomo camaleonte

Ne La dignità dell'uomo Pico espone il concetto dell'uomo camaleonte. Secondo Pico, Dio creò ogni essere vivente dotandolo di particolari qualità. Così ogni animale ha un particolare istinto che lo rende abile per una certa cosa. Quando Dio creò l'uomo non volle attribuirli solo una qualità ma preferì dotarlo di una parte di tutte le qualità. Quindi l'uomo si trova nella posizione potenziale di scegliere, come per Ficino, tra le "cose inferiori" e le "cose superiori".
L'uomo è un camaleonte che può servirsi a piacimento e secondo l'esigenza di una qualsiasi delle qualità che possiede, e questo gli da un vantaggio considerevole rispetto alle altre speci viventi. L'uomo è dotato quindi di una adattabilità invidiabile nonché del libero arbitrio. Questa libertà di realizzazione umana pone l'uomo al di sopra degli angeli stessi, i quali sono fissi nelle gerarchie celesti, senza alcuna possibilità di miglioramento.

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]

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