Michael Flinn e Massimo Livi Bacci

M. Flinn, Il sistema demografico europeo, Bologna 1983; M. Livi Bacci, Popolazione e alimentazione, Il Mulino, Bologna 1987

Un fenomeno straordinario nella storia demografica europea è avvenuto tra la fine del’700 e i primi vent’anni dell’800: l'imponente riduzione della mortalità precedentemente dovuta alle epidemie e allo stress nutritivo (due fattori questi che, se contemporanei, causavano in genere le più gravi crisi di mortalità, la quale poteva aumentare anche più del 200% rispetto ai periodi “normali”). Si parla perciò, riferendosi a questo periodo, di “rivoluzione demografica” (il termine è di K.Helleiner) e di caduta del sistema demografico europeo di ancien regime caratterizzato nel lungo periodo da alti tassi di natalità e di mortalità e nei brevi periodi da notevoli impennate della mortalità e periodi di ripresa demografica e quindi con un andamento demografico assai incostante e disomogeneo. Secondo i calcoli di J.-L. Biraben (Essai sur l'évolution du nombre des hommes, "Population", 34/1 (1979), pp. 13–25), tra epidemie, carestie e guerre, la popolazione europea sarebbe passata da 71 mil. di abitanti nel 1200 a 125 mil. nel 1700 e successivamente a 195 nel 1800 (addirittura l’aumento tra 1750 e 1800 sarebbe stato di quasi 50 milioni); nel periodo 1800-1850 la popolazione è passata da 195 a 288 mil., raggiungendo i 422 nel 1900. E’ evidente l’impennata che ha portato alla rottura del sistema demografico di ancien regime per cui Livi Bacci ha parlato di un regime di “mortalità controllata” per gli anni dopo il 1850. Ma quali sono stati i fattori di una così imponente crescita? Sicuramente il progresso tecnologico della rivoluzione industriale ha contribuito ad un grande aumento della produttività agricola, evitando così i pericoli di gravi carestie; tuttavia quest’ultima affermazione non spiega la ridotta incidenza dei cicli epidemiologici sulla mortalità dopo il 1800: si può stabilire un legame tra carestie ed epidemie attribuendo così al miglioramento della situazione alimentare anche la progressiva scomparsa delle grandi epidemie dei secoli precedenti?

I fautori di questa ipotesi si collegano alle teorie di Thomas McKeown esposte in un suo famoso saggio, L’aumento della popolazione nell’era moderna (Milano 1976). Per McKeown l’aumento imponente della popolazione verificatosi a partire dalla fine del ‘700 non è assolutamente imputabile ai progressi in campo medico: infatti, i progressi più sostanziali nel campo della lotta alle malattie infettive si hanno, per McKeown, solo a partire dagli anni ’30 con l’introduzione dei primi farmaci attivi: “tranne che nel caso della vaccinazione del vaiolo, è improbabile che l’immunizzazione e la terapia abbiano avuto degli effetti importanti sulla mortalità per malattie infettive prima del ventesimo secolo”. Inoltre egli aggiunge che i soli farmaci disponibili per tutto il’ 700 sino ad ‘800 inoltrato sono stati il mercurio nel trattamento della sifilide e il chinino per la malaria, ma ci volle comunque molto per individuare la migliore utilizzazione terapeutica di questi due farmaci e la stessa inoculazione contro il vaiolo non ebbe effetti così eccezionali nel ridurne l’incidenza mortale. L’aumento della popolazione sarebbe stato così possibile in parte grazie a misure di tipo igienico-sanitario, ma soprattutto grazie alla maggiore quantità di alimenti disponibili in seguito alle innovazioni tecnologiche e organizzative apportate dalle rivoluzioni agricola ed industriale, che hanno comportato un impressionante aumento di produttività nel campo dell’industria alimentare.

Sia Livi Bacci sia Flinn sono concordi nel dire che certamente i periodi di gravi carestie potevano causare l’insorgere di malattie infettive, soprattutto a causa dell’alta mobilità sociale e dell’incremento del vagabondaggio che si verificano in seguito a tali fenomeni; tuttavia, per quanto riguarda la tesi specifica secondo cui la maggior parte delle epidemie sarebbe causata dal fatto che lo stress nutritivo farebbe ridurre le difese immunitarie dell’organismo, Livi Bacci la respinge nettamente, almeno nella sua interpretazione più deterministica, sforzandosi di dimostrare che in molti casi non c’è alcuna relazione tra i due fenomeni perché, se ciò fosse vero, i ceti più abbienti dovrebbero essere risparmiati grazie alla loro più abbondante alimentazione. Nel nsuo volume Popolazione e alimentazione Livi Bacci inserisce infatti uno schema (tab. 7, p. 67) che elenca l’influenza del livello nutritivo su alcune malattie infettive; solo in 1/3 dei casi vi è influenza ben definita (colera, lebbra, pertosse e tubercolosi e altre malattie), mentre malattie molto gravi, come il tifo e la sifilide, presentano un’influenza incerta e altre, come la malaria, la peste ed il vaiolo colpiscono senza distinzioni; anzi, in numerosi casi, le malattie infettive colpiscono più violentemente i ceti più abbienti, con alimentazione abbondante, rispetto ai poveri sottoposti ad un forte stress nutritivo. L’insorgenza delle malattie infettive sarebbe dunque un fattore soprattutto esogeno: nella prospettiva di Livi Bacci che propone un “ritorno a Malthus, ma per altre vie” la mortalità è un fenomeno del tutto esterno alle risorse alimentari: “conservazione e sparizione dell’infezione dipendono dal relativo livello di trasmissibilità. Quest’ultima dipende, a sua volta, sia dalla virulenza degli organismi patogeni, sia dalla frequenza del contatto tra suscettibili e portatori d’infezione, sia dalla resistenza immunitaria (sulla quale può influire l’alimentazione)” .
Per quanto riguarda il periodo che viene immediatamente prima della rottura del sistema demografico di ancien regime, cioè grossomodo il sec. XVIII, Livi Bacci sostiene inoltre fortemente che esso fu un periodo di forte stress nutritivo ed assai più difficile dal punto di vista alimentare del secolo precedente e che si risolse in un adattamento biologico dell’uomo di fronte alla situazione di grave penuria. Per dimostrare ciò, Livi Bacci fornisce alcuni dati desunti dall’elenco delle caratteristiche fisiche degli arruolati nell’esercito asburgico e in quello svedese nati tra 1740 e 1830 (tab.19 p.159): si nota una notevole e progressiva diminuzione dell’altezza dei militari nati nelle diverse zone dell’Impero: per i nati in Ungheria si osserva una variazione dell’altezza media da 170,1 cm (1740) a 162,1 cm nel 1790 per poi risalire a 163,7 cm (1820): la variazione dell’altezza è dovuta per Livi Bacci alla peggiore alimentazione.
Per Livi Bacci “i periodi di espansione demografica coincidono con periodi di tensioni alimentari e di diminuito tenore di vita”; egli sostiene che quello che postulano le teorie maltusiane- cioè che quando la popolazione aumenta oltre le risorse disponibili, se non si interviene con “freni preventivi” (controllo delle nascite, innalzamento dell’età di matrimonio ecc.) avvengono necessariamente catastrofi demografiche che ne riducono il numero riportandolo ad una situazione di stabilità popolazione/risorse (i cosiddetti “freni repressivi”), accade nel breve periodo, ma nel lungo periodo avviene nettamente il contrario, a causa della naturale capacità di adattamento umana sia rispetto allo stress nutritivo sia rispetto alle malattie infettive e che comunque “solo una parte, e neppure la predominante, delle crisi di mortalità può attribuirsi al fattore alimentare” . E’ significativa la citazione finale di Th. Mann, con la quale si conclude il suo libro : “la vita è una gatta ostinata, tenace, dura a morire, e tale è l’umanità”.
Per Livi Bacci la popolazione europea, sia nel Medio Evo sia nell’età moderna, riuscì a tenersi appena sopra i livelli minimi di sussistenza soltanto grazie all’espansione delle terre coltivate e minimamente grazie ad innovazioni, nuove colture e miglioramenti organizzativi. Questa tesi potrebbe spiegare sia la decadenza italiana nel’600, sia il progresso inglese: in Italia nei primi vent’anni del ‘600 la popolazione era troppo abbondante rispetto alla disponibilità di terra, mentre in Inghilterra avveniva il contrario: nel 1600 la popolazione inglese ammontava a 4,1 mil., quella italiana a 12. Il discorso di Livi Bacci spiegherebbe anche la differenza, sottolineata dal medesimo, tra storia demografica inglese e storia demografica francese. Infatti, nel caso inglese è determinante per far aumentare la popolazione la nuzialità, in quello francese invece è determinante il tasso di mortalità (cfr. studi di Meauvret sulle grandes disettes): la Francia aveva infatti nel 1600 ben 19 mil. di abitanti, quasi il quintuplo di quelli dell’Inghilterra.

Va detto che però l’adattamento biologico di cui parla Livi Bacci soprattutto per il periodo 1740-1830, vale a dire quello per il quale egli fornisce le altezze medie degli arruolati asburgici e svedesi, non può valere come elemento di svolta assoluto in seguito al quale la popolazione europea, più fornita di anticorpi, avrebbe goduto di una maggiore resistenza alle malattie infettive: infatti, Paolo Malanima (Economia preindustriale, Bruno Mondadori, Milano 1995, pp.193-95) ci informa che il periodo immediatamente precedente quello di cui parla Livi Bacci, vale a dire quello compreso tra 1650 e 1730, fu abbastanza “strano”, se così si può dire, perché a fronte di una diminuzione della superficie coltivata, vi fu un aumento della popolazione europea molto leggero ed intermittente, da 110 a 130 mil. L’aumento si potrebbe spiegare con l’introduzione di innovazioni tecnologiche e di nuove colture (mais in primo luogo, ma anche riso e altre) che avrebbero permesso alla popolazione di vivere usufruendo di una minore superficie di terre coltivate (altrimenti si spiegherebbe difficilmente la strana coincidenza, nel periodo preso in esame, della diminuzione dei campi coltivati e dell’aumento della popolazione; sarebbe naturale infatti il contrario anche secondo la prospettiva di Livi Bacci): siccome generalmente quando la popolazione diminuisce di numero oppure aumenta debolmente a causa di cicli epidemiologici (ancora abbastanza frequenti in questo periodo) si può supporre che ci sia una maggiore quantità di calorie disponibili pro capite, allora si può affermare che probabilmente in questo periodo l’altezza media si sarebbe innalzata. I dati da cui parte Livi Bacci sarebbero dunque sfalsati e bisognerebbe piuttosto confrontare le altezze non tra 1740 e 1830, ma tra 1650 e 1830. Inoltre i dati forniti si riferiscono soltanto all’area asburgica e per quanto riguarda l’area svedese la diminuzione delle altezze è veramente insignificante.

Per quanto riguarda la situazione alimentare dei contadini italiani del periodo in questione M. A. Visceglia (I consumi in Italia in età moderna in Storia dell’economia italiana, Einaudi, Torino 1991, p.228) sostiene che, malgrado una certa loro resistenza all’innovazione nel corso del ‘600, “Il Sette e Ottocento si rivelano per le popolazioni rurali italiane secoli in cui la tensione alimentare permane, ma cambia una fondamentale valenza: l’alimentazione della prima età moderna poteva anche essere più ricca qualitativamente, ma le carestie, obbligando a razionamenti più duri, conducevano al limite del logoramento biologico possibile; nel Settecento e nel primo Ottocento il mais e la patata, pur non arricchendolo qualitativamente, introducono varianti di sostegno nel paniere dell’alimentazione contadina” . Le parole della Visceglia inducono a pensare dunque ad un miglioramento dell’alimentazione contadina, sia pur lento e graduale, sin dalla seconda metà del ‘600, causato dalla introduzione delle nuove colture e da una migliore efficienza produttiva dei campi.

Sarebbe improprio dire che l’impostazione di Flinn evidente nel suo volume Il sistema demografico europeo, 1500-1820 si opponga nettamente a quella di Livi Bacci, ma ci sono delle differenze: si può forse dire che i due volumi siano complementari tra di loro. Anche Flinn pone attenzione in un suo passo alle possibilità dell’uomo di sviluppare anticorpi e di stabilire un modus vivendi con le malattie infettive: “questo non implica che tutte le malattie siano destinate a diventare innocue una volta che si sia stimolata l’autodifesa dell’organismo umano, ma vuol dire che dopo il successo iniziale di una nuova malattia, si crea una sorta di relazione stabile in funzione della quale, pur restando inalterata l’azione nociva dei batteri, il grado di immunità acquisito dall’uomo è sufficiente a contenere la mortalità entro limiti che consentano una crescita della popolazione”.
Flinn sottolinea il passaggio avvenuto progressivamente da malattie epidemiche a malattie endemiche, cioè da malattie facilmente trasmissibili e che si diffondevano in vaste aree (come la tristemente famosa Peste Nera del 1348) a malattie la cui incidenza rimaneva circoscritta in una limitata area geografica: certo, va detto che il passaggio è stato decretato soprattutto dalla progressiva scomparsa della peste, principale malattia epidemica, dovuto soprattutto, e per molti in maniera esclusiva, a fattori del tutto esogeni (la peste era portata dai topi e la sua scomparsa è stata attribuita all’estinzione della specie del rattus rattus seguita dall’avvento del rattus norvegicus, cattivo conduttore della malattia) ma non vanno trascurati alcuni provvedimenti presi dalle società europee a partire dal sec. XVII che hanno consentito di delimitare artificialmente la diffusione delle malattie infettive: “l’interruzione delle vie commerciali dall’Oriente all’Occidente provocata dall’avanzata degli Ottomani” e la diffusione della pratica delle quarantene (già sperimentate in Italia, nel corso della peste del 1348-50, ma con totale insuccesso) e dei cordoni sanitari. Il primo esempio importante di provvedimenti di questo tipo è rappresentato dall’azione del governo francese nei confronti della pestilenza che colpì negli anni venti del ‘700 prima Marsiglia e poi l’intera regione della Provenza, con l’uso di una cospicua parte dell’esercito a sostegno del cordone sanitario.
Flinn pone dunque molta enfasi su certi provvedimenti di polizia sanitaria da parte della società europea e anche su cambiamenti ideologici operanti nel XVII sec. e, soprattutto, nel XVIII secolo; si potrebbe parlare anche di una progressiva scoperta dell’infanzia grazie alla quale la società avrebbe tentato di far ridurre la mortalità infantile (ved. per es. l’istituzione degli hopitals pour enfants).
Sempre per quanto riguarda la mortalità infantile Flinn ritiene che la pratica di considerare nocivo il colustro e quindi il conseguente ritardo nell’allattamento dei neonati contribuisse a far sì che molti di loro morissero nel corso del primo anno di vita; un progressivo abbandono della pratica fece ridurre la mortalità infantile; inoltre il miglioramento delle condizioni alimentari poteva ridurre progressivamente gli intervalli intergenesici e cioè il periodo di amenorrea post-parto facendo così aumentare la natalità; in effetti la mortalità infantile tra ‘500 e ‘800 rimase, secondo quanto indica il Flinn, tra il 150 e il 250 per mille solo per quanto riguarda i nati nel primo anno di vita: su sei figli, che di solito erano partoriti dalla donna europea, solo due o al massimo tre riuscivano a raggiungere l’età adulta in “condizioni normali”, vale a dire quando gravi carestie o epidemie non influissero sulla mortalità generale. Flinn sembra molto più favorevole di Livi Bacci nei confronti dell’ipotesi alimentare del McKeown e critica le ipotesi di Baehrel e Chaunu secondo i quali era fenomeno assai raro la mortalità causata semplicemente dalla mancanza di cibo. Flinn osserva infatti una certa corrispondenza tra prezzi delle derrate alimentari e mortalità: “non era infrequente che una grave carestia favorisse il propagarsi di malattie infettive che una popolazione ben nutrita avrebbe potuto facilmente contenere entro limiti molto più sopportabili” e inoltre “negli anni 1527-29, gran parte dell’Italia settentrionale ebbe a soffrire della carestia provocata da eserciti saccheggiatori che distrussero o requisirono i raccolti, interruppero le vie attraverso le quali venivano importate le derrate alimentari, e diffusero un’epidemia di peste tra la popolazione”. Qui si sottolinea anche la grande influenza della mobilità sociale nel provocare grandi crisi demografiche: i provvedimenti sanitari erano infatti orientati a controllare questa mobilità. Il principale tra questi provvedimenti è stato senza dubbio il cordone sanitario istituito dall’Impero asburgico sulla linea di frontiera con l’Impero turco (i decreti sempre più rigidi che lo istituiscono e lo rafforzano sono del 1728, 1737 e 1780 “in virtù dei quali i millenovecento chilometri di confine militare tra i due Imperi vennero trasformati in un immenso cordone sanitario” ), che allontanò definitivamente la peste dall’Europa (dato che il percorso di diffusione della peste era notoriamente da Est verso Ovest).

Il dibattito sulle cause della rivoluzione demografica è quindi assai complesso: da una parte si sottolinea il progressivo adattamento biologico dell’uomo nei confronti delle malattie infettive e dello stress nutritivo, da un’altra la rivoluzione alimentare, da un’altra ancora i progressi delle strutture organizzative della società umana dal punto di vista della produttività agricola e/o da quello dei progressi medico-sanitari e infine c’è chi attribuisce il grande cambiamento a fattori del tutto esogeni: basta sottolineare che il fattore determinante delle crisi demografiche non fossero le carestie ma le pestilenze, le quali non avevano alcuna relazione con esse, e dire che la progressiva scomparsa dei grandi cicli epidemiologici è stata determinata da cause che non hanno nulla a che fare con l’uomo e il progresso umano (come nel caso del passaggio evolutivo, nel mondo dei roditori, dal rattus rattus al rattus norvegicus che avrebbe progressivamente indebolito l’incidenza della peste o il passaggio da malattie epidemiche a malattie endemiche non connesso secondo molti con alcuna attività dell’uomo). Certamente però si può parlare di una concomitanza di questi fattori anche qualora si voglia sottolineare la preponderanza dell’uno o dell’altro. Sarebbe forse semplicistico dire che nella storia domini la casualità e che l’azione dell’uomo non abbia alcun valore così come affrontare il problema secondo un’ottica deterministica. Flinn comunque elenca come fattori determinanti: 1) messa a coltura di nuove terre; 2) introduzione di nuove colture più produttive (mais, grano saraceno, patata ecc.); 3) progressi nei trasporti e nell’organizzazione commerciali; 4) rinnovato senso di umanità.

La spiegazione di Flinn contiene dunque un mélange di fattori economici, politico-organizzativi ed ideologici; Livi Bacci invece sottolinea in particolare la capacità di adattamento dell’uomo allo stress nutritivo ed inoltre la sua tendenza biologica a creare anticorpi che gli permettano di sconfiggere progressivamente le diverse malattie infettive.

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]

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