John Bossy

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Dalla comunità all’individuo. Per una storia sociale dei sacramenti nell’Europa moderna, Einaudi, Torino 1998

Il volume comprende sei saggi, pubblicati in diverse sedi tra 1970 e 1988, che affrontano ed illustrano quello che sarebbe stato un passaggio fondamentale nella storia del cristianesimo che è già ben indicato dal titolo stesso della raccolta. Il Medioevo è descritto da Bossy come caratterizzato dalla forte presenza di comunità e consorterie familiari chiuse, dominate dalla violenza quotidiana e da sanguinose faide: la religione rappresentava un elemento unificante e che preveniva i conflitti particolari (particolare attenzione è rivolta da Bossy all’istituto delle church-ales, sorta di feste parrocchiali molto licenziose assai frequenti nell’Inghilterra medievale che costituivano una vera e propria valvola di sfogo dei conflitti interni alla comunità che, bisogna sottolinearlo, non si poteva considerare ecclesiastica in senso stretto). In seguito, prima la Riforma e, a breve distanza, il cattolicesimo post-tridentino, spinto dalla necessità di contrastare il diffondersi della Riforma stessa e quindi volto ad assicurarsi una maggiore presenza nella società ed un maggiore controllo delle popolazioni per prevenire spinte ereticali, operarono una “rivoluzione silenziosa”, ponendo l’accento sull’individuo e sui suoi obblighi interiori che contrastavano apertamente con la logica contrattualistica e solidaristica degli scontri tra clan familiari.

Bossy presta molta attenzione all’evoluzione “storica” delle pratiche sacramentali e della liturgia, considerate nella coscienza comune come un qualcosa di “assoluto” e monolitico. Bossy si sforza costantemente a mostrarne la “storicità”. La messa è concepita come “istituzione sociale” e l’evoluzione del concetto stesso di religione è considerato in parallelo con quello di società (cfr. in particolare gli ultimi due saggi della raccolta).

Il passaggio “dalla comunità all’individuo”, che fa da sfondo alla riflessione di Bossy, avrebbe comportato che i sacramenti di battesimo, eucarestia, confessione e matrimonio perdessero progressivamente il loro significato “medievale” di occasioni di patti familiari all’interno di una logica che considerava ostile chi non legato da rapporti di parentela.

Bossy insiste sul processo di progressiva interiorizzazione del peccato, accelerato dall’enfasi posta da Lutero e dalle Chiese Riformate sull’ esame di coscienza e sul pentimento interiore: in questo contesto la Chiesa cattolica, spinta dalla necessità di ristabilire l’ortodossia e dalla sfida protestante, tesi sostenuta da studiosi di diverso orientamento stimolati dalle riflessioni di Bossy, avrebbe seguito vie del tutto originali che avrebbero implicato un forte controllo delle coscienze individuali (si veda l’istituto del confessionale, cominciato a diffondersi dalla fine del ‘500) e una forte presenza territoriale nella società al livello di struttura fortemente gerarchizzata.

Se l’enfasi sul primato della coscienza individuale era già stato posto da Agostino, autore- com’è noto- molto caro a Lutero, per tutto il Medioevo sarebbe stata dominante l’idea di una conscientia communis (ricavata specialmente da Tertulliano e da Ilario) che avrebbe riflettuto meglio lo “spirito dei tempi”. Il processo di interiorizzazione sarebbe cominciato però già da Tommaso d’Aquino (1221-1274) il quale affermò che l’anima individuale conosce l’universale ed ha l’autocoscienza con l’intento di criticare vivamente la concezione averroistica di Sigieri di Brabante (1235-1282), che teorizzava un unico intelletto per tutta la specie umana, che aveva generato grande scandalo tra i teologi parigini.

All'interno di questo processo di interiorizzazione sarebbe significativo il notevole peso attribuito da Lutero al pentimento interiore (che riguardava però, nota il Bossy, soprattutto i peccati concernenti la sessualità individuale e i peccati che non andavano contro il prossimo e rimanevano solo al livello di cattive intenzioni) e al libero esame, inteso come assistenza personale dello Spirito Santo a garanzia di una retta interpretazione delle Sacre Scritture da parte del singolo: d’altronde, la traduzione di Lutero della Bibbia in tedesco permise un più libero e più individualistico accesso al testo sacro ed anabattisti e sociniani svilupparono un concetto ancor più radicale di libero esame, intendendolo come un criterio di interpretazione della Bibbia sganciato da ogni autorità.
In realtà - afferma il Bossy – tra gli auspici di Lutero ci sarebbe stato comunque quello di rendere la Chiesa una comunità più stretta e la Messa un rito pubblico con al centro la cerimonia della “cena” (eucarestia), sulla base di un’ideale primitivo e totalizzante di comunità cristiana che superasse le divisioni della società in gruppi e comunità ristrette e che si appoggiavano sui vincoli di parentela. Con la tesi di Lutero della coscienza individuale come giudice interiore il cattolicesimo verrà inevitabilmente a confrontarsi ma l’esito sarebbe un forte controllo delle coscienze per impedire la diffusione delle dottrine ereticali. Lutero condannava altresì i residui pagani della vita religiosa delle campagne e per rispondere a queste accuse la Chiesa cattolica attuò una sua forte presenza sul territorio con la valorizzazione delle strutture parrocchiali, secondo le deliberazioni tridentine.

Nel primo saggio della raccolta, Controriforma e popolo nell’Europa cattolica, partendo dalla documentazione fornita da Le Bras e dai suoi allievi, Bossy afferma con Toussaert che il popolo dell’Europa medievale assolveva assai saltuariamente ai sacramenti, fulcro del rito pubblico, pur partecipando ai riti sacrificali: “l’impegno essenziale della Chiesa cattolica post-tridentina fu quello di trasformare la Chiesa in un istituzione effettivamente fondata sulle parrocchie”, superando l’ostilità sociale che impediva a tutti i parrocchiani di riunirsi insieme per partecipare ai sacramenti. Fondamentale sarebbe stata a questo proposito l’azione della Chiesa sulle Confraternite, sorta di organizzazioni di “parentela artificiale” e Bossy cita a questo proposito l’operato del cardinale Carlo Borromeo (arcivescovo di Milano dal 1564 al 1584) che cercò di inserire queste organizzazioni, simbolo della frammentazione delle comunità in clan, e potenzialmente alternative alla Chiesa e alle parrocchie, all’interno di un’organizzazione gerarchica che facesse capo all’arcivescovo.
Tutto questo fece sì, per Bossy, che il “cattolico collettivo” si trasformasse in “cattolico individuale” poiché entrava nella comunità della Chiesa non come membro di una consorteria familiare, ma come persona singola: ciò significava anche una progressiva eliminazione di ogni elemento di partecipazione popolare (particolarmente nel caso cattolico) e uno scontro tra Chiesa e famiglia, cui si accennerà più avanti.
Un elemento di somiglianza con la Riforma Protestante è senza dubbio la pubblicazione di catechismi popolari: in questo i due principali autori cattolici, il Bellarmino e il Canisio, devono molto all’esempio di Lutero.

Il secondo saggio della raccolta, Sangue e battesimo, affronta la questione del significato del Battesimo e della riduzione progressiva del numero dei padrini fissati dal concilio di Trento ad un numero massimo di due. Il che sarebbe indicativo di un’offensiva della Chiesa nei confronti della famiglia: era frequente che venisse statuito dalla famiglia un rapporto di protezione tra padrino e battezzando e un rapporto di amicizia tra padrini e genitori, spesso prefigurazione di un accordo matrimoniale. La Chiesa sancì che questo rapporto stabiliva una forma di cognatio, che impediva il matrimonio tra padrino e battezzando o tra padrino ed uno dei genitori, in caso di vedovanza. La maggiore cura nella compilazione dei registri di battesimo sollecitata dalla Chiesa post-tridentina avrebbe avuto proprio l’obiettivo di impedire e tale logica individualista della Chiesa contrastasse con la logica consortile e solidaristica delle famiglie. A difesa delle sue tesi il Bossy cita frequentemente studi di antropologia culturale come quello di Campbell su alcuni villaggi di pastori della Grecia settentrionale contemporanea (lo studio è del 1964): “in questo tipo di ambiente si suole ritenere ostile qualunque persona con la quale non si sia in relazioni di parentela, per cui il matrimonio è per definizione un contratto tra due gruppi ostili”.

Il terzo saggio, Storia sociale della confessione nell’età della Riforma insiste sul passaggio dal “far penitenza” come gesto esteriore di soddisfazione e di riconciliazione con la comunità e con l’offeso al “pentirsi”, che implica una forte interiorizzazione del peccato. Se Lutero operò una fondamentale distinzione tra peccati contro la comunità e peccati interiori, per Bossy il processo si era già avviato con la Scolastica “che aveva interiorizzato i concetti di peccato e pentimento”.

Queste tematiche sono per molti versi approfondite nel quarto saggio, Aritmetica morale: sette peccati in dieci comandamenti. Il “cattolico collettivo” aveva come suo codice morale di riferimento soprattutto i Sette peccati capitali, schema di origine pagana che elencava essenzialmente peccati contro la comunità. Bossy cita Langland e Chaucer come testimoni dell’ideologia dell’epoca (si potrebbe aggiungere la Commedia di Dante che dispone dannati e penitenti proprio secondo un criterio assimilabile ai peccati capitali).
Il dibattito teologico alla Sorbona era però fervente: prima Duns Scoto (1265-1308), poi Guglielmo d’Ockham (1280-1349) posero l’enfasi sul Decalogo (preso dall’Esodo) come legge suprema del cristiano. In particolare l’Ockham, sostenendo che “l’etica era materia di fede, non di ragione”, lo proponeva di fatto come unico codice morale da osservare perché espressione diretta della volontà di Dio di cui la Chiesa era interprete unica ed autorizzata”: ci si avviava dunque verso un concezione della Chiesa non più intesa come comunità di fedeli ma come istituzione gerarchica garante della volontà di Dio e sua suprema rappresentante tra gli uomini. E se, nella ricostruzione di Bossy, verso una concezione di Chiesa omologa a quella occamista andò la Chiesa post-tridentini, i luterani si mostrarono più conservatori e concilianti, secondo Bossy perché eredi del Gerson (1363-1429) , teologo e scrittore francese costretto ad emigrare in Germania durante la lotta tra Armagnacchi e Borgognoni. Gerson distinse appunto prescrizioni divine e umane, rivelandosi assai più prudente nell’attribuire alla Chiesa questo ruolo di interprete privilegiata della volontà di Dio e, come afferma Bossy, “elaborò una dottrina moderata di ubbidienza alla Chiesa proprio a partire dai Comandamenti, interpretando il quarto come una prescrizione di carattere generale in fatto d’ubbidienza all’autorità sia temporale che spirituale (…) Ma dopo di lui prevalse una concezione più rigida, sicché divenne abituale, nel corso del XV sec., attenersi all’esposizione strettamente letterale dei Comandamenti, corredandoli però di una serie di prescrizioni addizionali in materia di osservanza religiosa presentate come Comandamenti della Chiesa”.

Ovviamente. mentre i teologi continuavano a discutere su questi punti, le masse continuavano a considerare i Sette Peccati come lo schema di riferimento principale, anche perché il basso clero era estraneo a questi dibattiti dottrinari: sarebbe stata dunque fondamentale la pubblicazione dei catechismi e l’indottrinamento delle masse a partire dal XVI sec. iniziato prima dai protestanti e imitato poi dalla gerarchia cattolica post-tridentina.
In Germania comunque Gerson ebbe numerosi seguaci tra teologi ed ecclesiastici, seminando intanto il terreno; cent’anni dopo circa sarebbe venuto Lutero, il quale “fu allevato nel segno dei Comandamenti, e l’irrigidimento degli obblighi della morale cristiana che questi rappresentavano non dovette essere del tutto estraneo ai timori relativi alla salvezza che lo tormentavano in giovane età”.
Bossy sottolinea come in questo passaggio i peccati contro Dio assumessero sempre maggiore gravità: la stregoneria in particolare, in ambito sia cattolico sia protestante, da atto di violenza contro un nemico personale sarebbe una forma di idolatria, di adorazione del Diavolo.

Il quinto saggio, Alcune forme elementari di Durkheim, rivela bene gli interessi sociologici ed antropologici del Bossy. Esso affronta polemicamente la teoria fondamentale del famoso sociologo francese secondo cui “la religione è un sistema di nozioni per mezzo delle quali gli individui si rappresentano la Società di cui sono membri e i rapporti, oscuri ma intimi, che hanno con essa”. Si nota un certa antipatia del Bossy per Durkheim ed i suoi eredi: l’accusa principale è quella di confondere sociale e collettivo. Durkheim sosteneva che per comprendere una cosa umana (fede religiosa, prassi giuridica, giudizio estetico ecc.) “occorre risalire fino alla sua forma primitiva e più semplice”. Bossy sottolinea che il termine società inteso come struttura e/o entità oggettiva non fece la sua prima comparsa sino al ’600: per lui è importante la scoperta di Locke tesa a fondare la società sulla difesa della proprietà del singolo e non su di un vincolo religioso di unità confessionale.

Il saggio con cui si conclude la raccolta è La messa come istituzione sociale, 1200-1700.
Si parte da un giudizio di Weber secondo cui merito del cristianesimo sarebbe stato introdurre una morale universale, “razionale” in senso kantiano, svincolata dal legame morale classico fondato sulla parentela. In realtà – afferma Bossy – questo cambiamento non è frutto del cristianesimo in quanto tale ma soprattutto dalla sua interpretazione dopo la Riforma protestante e la Controriforma: questa cesura tra cristianesimo “medievale” come rito di pacificazione collettivo nelle piccole e violente comunità e cristianesimo “moderno” come pratica religiosa che impegna direttamente l’individuo e la sua coscienza è il principale oggetto d’interesse del Bossy. Nel Medieoevo, in cui i peccati contro la comunità erano i più gravi, la messa rappresentava per la comunità stessa un rito di espiazione: ne sarebbe una prova l’enfasi nel rito medievale sul rituale della pace: “si può ragionevolmente pensare che, a causa dei conflitti che suscitava tra i fedeli, la Pax fosse diventata un simbolo di discordia invece che amicizia”. Questo rituale fu del tutto abrogato dai riformati perché la pace doveva riguardare, specie per Lutero, soltanto Dio e il prossimo. Al contempo, secondo Bossy, nel Medioevo la messa era considerata anche un rituale magico nella mentalità, non solo popolare, del tempo: nella messa si sacrificava pro se suisque omnibus dove questo omnibus stava a significare i parenti e gli amici più stretti. D’altronde, specie nell’Alto Medioevo dominava tra le aristocrazie l’istituto della chiesa privata (Eigenkirche). In questi luoghi ci s’impegnava a pregare per il fondatore della chiesa o del monastero, per i suoi familiari ed amici. Nonché spesso per la dannazione dei suoi nemici (la pratica, definita in tedesco Mordbeten, una sorta di “anatema”, fu del tutto legittima ed in uso, ricorda Bossy, sino alla teorizzazione del Purgatorio, ed in seguito ingegnosamente sotto altre forme). Questo sistema sarebbe stato rotto dalla riorganizzazione in senso gerarchico e parrocchiale della Chiesa cattolica post-tridentina. Anche i luterani e i riformati in generale puntarono molto sull’organizzazione parrocchiale: Lutero effettivamente, pur affermando che il sacerdozio era di tutti, riconosceva valore al magistero pastorale per le comunità di credenti: la comunità cristiana doveva essere unita nella fede cristiana, essa era una ed indivisibile, non dovevano esserci frammentazioni interne in gruppi consortili, e questa unità era rappresentata dalla partecipazione collettiva all’eucarestia: “trovandosi di fronte a una messa che sembrava rappresentare le parti della comunità cristiana assai più che la sua totalità, i seguaci della Riforma fecero il possibile per rimettere l’eucarestia al suo posto al centro dell’unità sociale”; la traduzione della messa in volgare sarebbe rienrtrata tra i provvedimenti finalizzati a creare questa “unità sociale” nel rituale della messa.

Bossy sottolinea la gradualità di tutti i passaggi descritti nel libro, specie per quanto riguarda il rapporto con la fede cristiana delle masse rurali e non: decisivo sarebbe stato lo sforzo cattolico di indottrinamento di queste dalla metà del ‘500 in poi, unito all’invito da parte protestante a leggere senza intermediari le Sacre Scritture in volgare. In ogni caso, Bossy nota come “alla vigilia della Riforma, l’universo morale configurato da esponenti di primo piano dell’ortodossia quali Th. More e il poeta scozzese W. Dunbar continuava ad essere quello dei Sette Peccati (…) Il seguace della Riforma Hugh Latimer era probabilmente nel giusto quando ipotizzava che il fedele inglese non riformato non conoscesse altro sistema”.

Tra i vari spunti offerti da questa lettura, suggestiva è la tesi del Bossy secondo cui mentre nel rito sacrificale si evidenziano le differenziazioni e le frammentazioni interne della società, nel sacramento se ne rappresenta invece la totalità: un sotterraneo rito di pacificazione?
Suggestiva è anche l’esposizione delle diverse teorie antropologiche sul significato simbolico del sacrificio di Cristo nel cristianesimo medievale: Bossy aderisce all’interpretazione di R.Girard secondo cui la stessa uccisione sacrificale di Cristo con la spartizione del corpo e del sangue rappresentava nella forma di uccisione di un uomo da parte di un altro il massimo atto di violenza che però rimaneva allo stato simbolico fornendo così un’interpretazione sociale del dogma della transustanziazione del pane e del vino (che in ambito protestante si mutava in consunstaziazione): si scaricavano così le tensioni attraverso il sacrificio di questa vittima “virtuale”; nel canone vi sarebbe stato dunque un certo elemento “carnevalesco”.

In conclusione è opportuno rilevare come in questa importante opera di storia sociale emerge prepotentemente il punto di vista di uno studioso anglosassone che guarda al cattolicesimo da una prospettiva diversa: nella società inglese dopo il Supremacy Act di Enrico VIII, il cattolicesimo è rimasto minoritario ed oggetto di sospetti e persecuzioni. Questo favorirebbe, secondo diversi suoi lettori, un maggiore distacco critico. Al contempo vi è una forte schematizzazione su fenomeni di lungo periodo (con assunti talvolta rigidi e deterministici), la cui effettiva consistenza andrebbe confermata caso per caso da studi puntigliosi e archivisticamente documentati.

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et tamen e summo, quasi fulmen, deicit ictos
invidia inter dum contemptim in Tartara taetra
invidia quoniam ceu fulmine summa vaporant

[Lucretius, De rerum natura, lib. V]

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